giovedì 28 giugno 2007

-23 bis- SUL CRINALE, DUE UOMINI E UN CANE

(da Corniolo a Campigna, km 14 per un totale dall'inizio di 398 km, alla media di 4,6 km all'ora, ore camminate 86, dislivello odierno da 600 metri sul livello del mare a 1080)

Zoppo, occhi bianchi insanguinati, coda mozza e tozza, pelo arruffato, praticamente nano, qualcosa che dovrebbe essere uscito fuori da un'orgia tra un samoiedo, un pastore tedesco ed un bassotto. Passiamo davanti alla sua bella cuccia di legno, in località Lago di Corniolo, lui mette la testa fuori, ci guarda, ci viene incontro, ci annusa e decide all'istante di venire con noi. Giorgio è fermo a telefonare. Lui gli gira attorno un paio di volte, impaziente, come per dire: "Si va o facciamo notte?" Poi si incammina zoppicando e noi dietro.

Nella salita verso lo scavallamento degli Appennini oggi stiamo facendo la tappa che ci è stata prospettata da tutti come la più terribile. "Quei tornanti sono veramente duri", ci terrorizzavano. Per questo noi avevamo anche deciso di spezzettare l'"ascesa" in più parti. Corniolo-Campigna, in fondo, sono solo 11 km, una distanza assolutamente percorribile anche da due marciatori ormai stanchi come noi. Ma la sorpresa è grande quando ci accorgiamo che i tornanti non sono poi così orrendi. Forse è per questo che per rendere meno facile l'impresa scegliamo una scorciatoia, il sentiero 259, con segnavia bianco e rosso. Io ho ormai imparato, dopo molti anni di escursioni, che le scorciatoie sono sempre una fregatura. Ma ogni volta ci ricasco. Passiamo l'agglomerato di tre casette chiamato Lago di Corniolo anche se non c'è nessuna traccia di lago. "Mille anni fa", ci spiega un giovanotto sbracato su una sdraio a prendere il sole, "una frana ha bloccato il Bidente di Celle proprio qui davanti creando un piccolo lago". Non sarebbe il caso di trovare un nome più attuale? Poi riflettiamo che ieri abbiamo passato il paesello di Isola dove non c'era alcuna traccia di isola. Evidentemente gli abitanti non hanno la preoccupazione di far corrispondere la toponomastica alla realtà ambientale, un po' come Novi Ligure che sta in Piemonte. Dopo Lago, Corniolino. Siamo ormai nel parco nazionale delle foreste casentinesi. Come in tutte le situazioni del genere esistono contrasti e tensioni. Gli abitanti, soprattutto agricoltori, vorrebbero maggiore libertà di azione. Gli ambientalisti, molto preoccupati della salute del lupo e pochissimo del benessere dei locali, si oppongono a progetti di sviluppo tipo la costruzione di piste da discesa. Due visioni inconciliabili che vediamo tradotte in grandi scritte sui bordi della strada. "Più lupi, meno piste". Conto fino a tre. Ormai le reazioni di Giorgio riesco a prevederle. La battuta è in arrivo. Puntuale: "Ma cos'è, la campagna antidroga di Corniolo?" La scorciatoia arriva improvvisa e subdola proprio a Corniolino. "Sei veramente sicuro che dobbiamo prendere questo Stelvio in una giornata di cotta?", dice Giorgio. Io, con la sicurezza di chi queste cose le sa perché ce l'ha dentro, gli spiego con sufficienza: "Giorgio, lascia fare a me. Io conosco la montagna. Cento metri e arriviamo sul crinale". E lui: "Beh, se arriviamo sul crinale…"

Imbocchiamo il sentiero 259 subito raggiunti dal similcane. Abbiamo qualche difficoltà di rapporto con lui perché non conosciamo il suo nome. Piccolo briefing e salta fuori il nome di Campigna, come il paese verso il quale siamo diretti. Campigna, quindi subito Campi, come Alessandro è Ale, Francesco è Franci, Giovanni è Giò. Campi dimostra subito un totale disinteresse sia verso il suo nuovo nome che verso il ruolo di guida che gli affidiamo. Stroncato dalla prima parte della scorciatoia si trasforma in una lingua penzolante con attaccato un cane e si pone subito nelle retrovie del gruppo, posizione che non abbandonerà mai, nemmeno per improvvise e brevi discesette.

Il paesaggio è notevole. Sono ormai un ricordo la piana di Schio, la traversata dei Berici, il lungo stradone di Occhiobello che io percorsi febbricitante. Ormai siamo in piena foresta. Gli uccelli cantano, le cicale pure, ogni tanto si sentono cascatelle nascoste nel verde, ogni tanto compaiono ruderi di antichi casolari. Ogni tanto si piomba nel silenzio più assoluto. "Lo senti il rumore del silenzio?", poeteggia Giorgio. "No", rispondo io senza il minimo rispetto per il momento lirico di Giorgio. Il cambio del paesaggio ci dà finalmente la sensazione reale dei km percorsi, ingrandisce e rende palpabile tutto quello che abbiamo fatto finora. Improvvisamente ci rendiamo conto che siamo più vicini all'arrivo di quanto non lo siamo al punto di partenza. L'impressione che abbiamo è anche che da questo momento in poi tutto sarà più bello, più gradevole ed armonioso. Camaldoli, Arezzo, la Toscana, un po' di colline umbre, l'alto Lazio. Speriamo. Ogni tanto guardiamo indietro e scopriamo Campi sempre più stremato. Per inserirsi nel gruppo, forse anche per rendersi simpatico ai nostri occhi, procede a strappi come se avesse anche lui sulle spalle 400 km. Non ho il coraggio di guardargli i piedi per vedere se ha le vesciche. Quando proprio non ce la fa più, si sbraca all'ombra. Cerchiamo di fargli bere un po' della nostra preziosissima acqua ma lui la schifa. Si vede che non gli piace la Rocchetta gasata. Devo dire che se guardo alternativamente Campi e Giorgio non vedo differenze. Tranne che Campi non ha lo zaino. E che Giorgio ha cominciato ad andare molto veloce. Chi di voi è stato molto attento sa che quando Giorgio aumenta l'andatura è vicino al collasso. Ma stavolta c'è nella sua andatura qualcosa di nuovo che non riesco a decifrare. Glielo chiedo: "Ma perché corri? "Per raggiungere il tuo stramaledetto crinale", dice. "Ma il crinale è questo, dico. "Questo è il crinale?", urla. "Questa a casa mia si chiama salita. Crinale sei tu, sei un crinale di guerra".

Sulla destra del crinale, ci hanno detto, c'è il Poderone, un agriturismo. E dentro il Poderone c'è Lorenzina. "Non potete andare a Campigna senza fare la deviazione per conoscere Lorenzina", ci ripetono da giorni tutti quelli ai quali abbiamo chiesto consiglio, da Franco della Colombarina, alla guida ambientale Carlo, a Silvia la guardiana dell'Ostello della Gioventù. La nostra regola è ferrea. Siamo contro ogni tipo di deviazione. Del percorso, si intende. Ma qualcosa di misterioso ci spinge verso il Poderone e Lorenzina. "La fame?", azzarda Giorgio. Ma poi ammette che anche lui spera in un nuovo innamoramento. Ci stiamo abituando male. Stiamo prendendo il vizio. E comunque nessuna eccezione alla regola. L'innamoramento con Lorenzina scatta quando non l'abbiamo nemmeno ancora vista. Siamo appena entrati che una voce ci raggiunge dalla cucina. E' come se ci aspettasse. Ci abbraccia. Ed è subito chiacchiera. Ci dà asciugamani, ciabatte, fettuccine, sangiovese. Ci racconta la sua storia. Ci mostra la sua tenuta. Quando ci lasciamo, quattro ore dopo, in clamoroso ritardo sulla tabella di marcia, ci salutiamo come vecchi amici. Lorenzina, strasicura che lei rappresenterà per noi prima o poi ancora una deviazione, ci dà un appuntamento generico ma inderogabile.

Ripartiamo appesantiti dal cibo. Campi, che ci ha aspettato diligentemente fuori, sembra invece sollevato. Per quattro ore ha dovuto sopportare le molestie sessuali di Bud, il bellissimo pastore tedesco di Lorenzina. E' talmente felice Campi di riprendere la strada che per quasi più di cento metri la lingua non gli penzola.

A questo punto la mia nota onestà intellettuale mi fa obbligo di raccontarvi che il crinale che tanto ha spaventato Giorgio in realtà ha colpito me. La prima piccola, timida, graziosa vescichetta è comparsa sul lato destro del mio secondo dito del piede sinistro. Il dito che sta accanto all'alluce. L'indice in buona sostanza. Per me è uno smacco anche se vi assicuro che non mi fa male per niente, anzi non me ne sarei nemmeno accorto se non avessi provato una debolissima sensazione, quasi impercettibile, di disagio. E' bastato un piccolo intervento, senza tanta pubblicità come invece è solito fare Giorgio, per ricondurre tutto a norma. Peccato che Giorgio abbia dato la notizia all'Italia, alla Laura e a Matteo Caccia durante la trasmissione Barabba su Radio2. Avrei voluto arrivare a Cura di Vetralla integro, percorso netto senza nessuna vescica o in alternativa mi sarei accontentato che nessuno lo sapesse.

Arriviamo a Campigna poco dopo le cinque. Sul piazzale ci aspetta preoccupato Paolo, l'uomo dei Colli Berici, il marciatore che ci ha accompagnato la prima volta da Cornedo a Pederiva, la seconda volta da Occhiobello ad Aguscello e poi a Santa Maria Codifiume. L' uomo diventato famoso, in tutto il padovano, per avere più vesciche di Giorgio e per l'intenso "rosso mela della val di non" che gli colora il viso quando supera i venti km.

Campigna non è un paese. E' solo l'ultimo avamposto prima del passo della Calla, due alberghi e niente più. Campi, una volta capito che noi siamo sistemati, scompare senza fare un bau. Paolo si tuffa nella piscina. Noi cominciamo a combattere con i collegamenti Internet e soprattutto con i telefonini che non prendono. Alle 23 e 26 solo sei dei 37 minivideo girati oggi sono partiti. E nessuna delle foto. Domani sarà la stessa storia. Che cosa succederà a questo post io non posso ancora saperlo. L'unica certezza, per stanotte, è che domattina arriverà Carlo, la guida ambientale, insieme ad un suo amico. Franco, di Cura di Vetralla, ci verrà incontro sul sentiero 00. Ceratti ci aspetterà a Camaldoli. E' cattolico, lui.


Tutte le foto.di oggi.
noi siamo qui - video

1 commento:

isabella guarini ha detto...

Ora che siete sul crinale, spartiacque tra il versante adriatico e quello tirrenico, potete ben capire la storia del conflitto tra oriente e occidente, l'impero romano d'oriente e quello d'occidente e la calata dei barbari. Il futuro ha un cuore antico.Non fatevi infinicchiare dal new imperator de'Rome e non abbandonate Campi!